PIAZZA DELLA REPUBBLICA (Corriere Fiorentino di domenica 1 giugno 2008)
Domenica ore sei,
tutti si danno del lei
intorno ai tavolini,
piccolini e sudicini
dei noiosi caffè.
Piazza Vittorio,
piazza rottorio…
piazza de’letterati
che dicon male di tutti
sotto gli occhi di tutti.
(G. Papini)
Mi chiamo Adamo, vivo in piazza della Repubblica. Sono vecchio. Non così anziano da aver visto piazza della Repubblica quando si chiamava Mercato Vecchio, ma abbastanza per aver conosciuto persone che la chiamavano ancora “Piazza Vittorio” e che ricordavano le discussioni animate dei futuristi. I tavolini, oggi, sono piuttosto puliti, e i letterati sono stati sostituiti dal popolo dei compratori di scarpe, ma per il resto le parole del Papini descrivono bene l’atmosfera della piazza. Un’atmosfera noiosa che si scontra quotidianamente col dato oggettivo che la vuole centro di Firenze. Da sempre questo centro è un parcheggio per passanti, oggi più di prima con la scomparsa dei circoli letterari. Mi direte: ma ci sono gli artisti di strada. Vi risponderò:
che artista di strada è quello delimitato, immatricolato, autorizzato?
Una volta, erano le due del mattino, colto dall’insonnia tenace che mi affligge dal ‘73, scesi in piazza alla ricerca di un bicchiere. Bar aperti non ce n’erano, ma sul gradino della Colonna dell’Abbondanza tre personaggi suonavano i loro strumenti. Diversi e insieme omogenei come il trio di musici di Picasso, si capiva che si erano trovati per caso, e dopo qualche accordo avevano trovato una linea comune in una melodia malinconica, di sapore vagamente argentino. Non feci in tempo ad accostarmi al piccolo pubblico che si era formato, nel deserto della piazza, attorno a quelle note basse e dolenti, che per volume non superavano una chiacchierata, che la Municipale sgomberò il capannello.
Potete capire il mio sgomento quando, ogni sera ormai, non vedo la stessa solerzia nell’intervenire contro quei signori che vendono eliche di plastica, promuovendole dimostrandone il funzionamento. Ogni elica che si innalza nel cielo di piazza della Repubblica ha due lucine (per certi versi fanno pendant con quella giostra che pare uscita direttamente da un incubo). Nella mia ingenuità pensai che la luce fosse generata dal movimento, con un effetto volano. In realtà, ognuna di quelle eliche ha non una, non due, ma quattro pile al suo interno. Quattro pile che prima o poi finiranno nei rifiuti ordinari – e quindi nella nostra acqua e nella nostra terra – delle famiglie che cedono alle suppliche dei bimbi.
In campagna elettorale, poi, peggio che mai: spariscono le eliche ma la piazza si affolla di gazebo che espongono le facce, un tempo livide, oggi tutte lampadate, dei leader politici. Per queste ed altre ragioni, quando scendo in piazza, non posso fare a meno di ripensare al “florenzicidio” di cui parlava il Carocci, e se alzo gli occhi all’arco, inevitabilmente leggo: L’ANTICO CENTRO DELLA CITTÀ, DA SECOLARE SQUALLORE A VITA VUOTA RESTITUITO.
Tags: corriere della sera, corriere fiorentino, Firenze, piazza della repubblica, vanni santoni



Giugno 5, 2008 a 2:42 pm
E’ COME NEL ROMANZO LA STORIA INFINITA…IL PERICOLO E’ IL VUOTO,LA NOIA..LA TRISTEZZA.DOBBIAMO RITROVARE I FANCIULLI CHE ERAVAMO E FORSE CON UN PO’ DI FANTASIA RITROVEREMO LA FIRENZE CHE ERA.SILVIO59