LUNGARNO FERRUCCI (Corriere Fiorentino di domenica 1 febbraio 2009)
Capita a volte che a metà di una serata, che ci si era detti magari di consacrare al lavoro, alla lettura, alla pianificazione del futuro, alle cose, insomma, “utili”, a un certo punto monti dal nulla un senso di impotenza e futilità, di noia e angoscia, quella cosa che alcuni chiamano spleen e altri giramento di coglioni, e ci si trovi costretti a uscire, alla ricerca disperata di una distrazione. E capita a volte che questa necessità sia così forte che non basti il consueto giro di Firenze – troppo ogni cosa ci appare arcinota -: si deciderà allora di andare al cinema da soli, al secondo spettacolo, come un personaggio di un film anni ’50 che è stato lasciato dalla fidanzata o dalla moglie.
Inutile dire che giunti a quel punto si sceglierà un cinema molto lontano, onde ridurre la possibilità di incontrare qualcuno che si conosce, e si andrà a piedi, camminando spediti, la testa calcata profondamente nel cappotto e nella sciarpa, le mani in tasca, l’obiettivo ben fisso in mente, senza
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