Le strade di Firenze – LXXII

novembre 26, 2009

PIAZZA SAN PANCRAZIO (Corriere Fiorentino di domenica 22 novembre 2009)

Là dove via della Spada incrocia via dei Federighi, in quell’incrocio non perfettamente perpendicolare si forma piazza San Pancrazio; uno slargo mimore, certo, ma riparato, e quieto, dove era bello da studenti fermarsi a mangiare il falafel di Amon o le lasagne della rosticceria la Spada, seduti sugli scalini di quella che fu la chiesa intitolata al santo omonimo. Faccio lo stesso oggi (non ci sono le lasagne, così ripiego sulla pasta al ragù): dal monastero della chiesa, da tempo adibito a circolo ufficiali in congedo, esce quello che è presumibilmente un ufficiale in congedo e mi saluta con un “buon appetito”; ai tavolini di un bar gestito da donne si rilassano turisti appena arrivati in città (lo capisco dalle valigie, con ancora le fascette verdi del check-in); passano poche persone, e nessuna automobile. L’atmosfera, nonostante la vicinanza dello shopping feroce di via Tornabuoni, è placida, e seduto su quelle scale mi sento protetto dai due leoni della chiesa, che sempre avevo ritenuto consumati nella loro roccia debole dal tempo e dalla pioggia (scopro che


sono in realtà in restauro).
Realizzo di non essere mai entrato nel Museo Marino Marini, attuale occupante dell’edificio: solo una volta, forse, mi spinsi oltre la soglia, ma fu solo per accaparrarmiun bicchiere di prosecco all’inaugurazione della personale di un qualche ignoto artista, e sì che ho sempre apprezzato il lavoro dello scultore pistoiese, amico di Moore, Picasso e Kandinskij. Entro, il museo è deserto. Le inservienti, tre come le Eumenidi, mi staccano il biglietto, avvertendomi che c’è poco tempo. Mi aggiro su ardite passerelle, tra le mille reintepretazioni in bronzo che Marini fece del Cavallo e cavaliere di Bamberga; mi colpiscono i pochi, penetranti, dipinti, salgo una scala a spirale, ammirando, oltre che i lavori dell’artista, lo splendido lavoro architettonico effettuato sull’edificio. Noto che le guardiane mi osservano, come ad avvertirmi che il mio tempo sta per finire, così mi spingo nei bui tunnel di quella che fu la cripta, dov’è allestita una mostra di videoarte. Esco, infine, che è già buio, soddisfatto considero l’edificio, la chiesa intitolata al martire quattordicenne che rispose sprezzante a Diocleziano che voleva farlo abiurare (“se io sono fanciullo di corpo, sono vecchio di senno,” disse all’imperatore), e da lì divenne il santo preposto ai giuramenti e alla giustizia. Fu forse per questo che dopo la chiusura napoleonica, nel 1808, la chiesa fu sede della pretura, destinazione che tuttavia non durò: divenne poi nel 1883 manifattura tabacchi; fu rasa al suolo da un incendio nel 1921; sedici anni dopo, nel 1937, fu adibita a caserma, e poi a deposito, fino alla destinazione odierna, tra tutte per l’appunto la più giusta.

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