Gianfranco Franchi sul Riformista

novembre 3, 2011

Sul Riformista, Gianfranco Franchi mi dedica un ampio articolo-recensione, che riporto:

Santoni continua a dare vita e memoria ai figli della Toscana

Con buona pace di quanti, su quotidiani forzisti come “Il Foglio”, riescono ad apprezzare in un libro come questo fondamentalmente le cinque pagine dedicate al lampredotto – inclinazione che non stupisce, considerando le debolezze enogastronomiche di Langone – questo nuovo, angioliero e toscanaccio divertimento letterario di Vanni Santoni da Montevarchi, classe 1978, è qualcosa di leggermente diverso. “Se fossi fuoco, arderei Firenze” (Laterza, pagine 158, euro 10) è il terzo libro di narrativa di uno scrittore che, sin dall’atipico esordio (il frammentario e mosaicale “Personaggi precari”, apparso nel 2007), e dal fulminante, vizioso e teatrale interludio Feltrinelli (il lisergico “Gli interessi in comune”, 2008), ha saputo dare vita, letteratura e

memoria ai figli del popolo d’una Toscana fragilissima e selvatica, rabbiosa, sconclusionata e spesso capricciosa. Vanni Santoni è un narratore che sembra aver deciso di smettere di pronunciare il pronome personale di prima persona singolare: è un demone legione infestato da una pletora di personaggi e di anime, è un burattinaio pasquino che non si stanca di far parlare tutti quei cittadini che non hanno voce, né (più) rappresentanza. La sua è una lezione politica di bel respiro e di buona intelligenza: una prova di verace sensibilità, in ogni caso. Apro una parentesi: piace registrare, a proposito di questioni di sensibilità e di rappresentanza, la presenza, e dalla prima ora, di Vanni Santoni tra i letterati e gli intellettuali italiani radunati nella Generazione TQ, movimento di lavoratori della conoscenza che tanti consensi e tanto rispetto sta guadagnando, sin dai suoi primi passi, qualche mese fa. La speranza è che possa continuare a dare visibilità e dignità alle sofferenze, alle frustrazioni e alle visioni dei letterati della nuova generazione, nel tempo. Sarebbe giusto, e sarebbe ora. Parentesi chiusa; torniamo tra i toscani. Vanni Santoni racconta la sua terra senza la scanzonata irriverenza del vecchio, grande Curzio Malaparte: non c’è nessuna, nemmeno larvale, ostilità antitaliana per orgoglio territoriale, e manca quella ricchezza assurda di reminiscenze letterarie che connotava Kurt Suckert (da Machiavelli a Lorenzo de’ Medici, da Dante a Boccaccio, da Sacchetti a Collodi): ma chissà, nel tempo magari sarà possibile apprezzare tutta una serie di sovrapposizioni che adesso rimangono possibili, rimangono come sospese. Ma plausibili, e auspicabili. Chissà.
Veniamo adesso a qualche nota editoriale. La Firenze raccontata da Santoni vede la luce in una collana di discreto interesse, quella “Contromano” di Laterza che sin qua ha pubblicato almeno un libro formidabile, vale a dire “Il Tai e l’arte di girovagare in motocicletta. Friuli on the Road” del bravo Flavio Santi, patrimonio nobile e non ancora adeguatamente valorizzato delle patrie lettere, e un altro divertimento di buon interesse come “Hotel a zero stelle” dello yankee capitolino Tommaso Pincio, uno scrittore che sa sprofondare nello Zeitgeist e sa restituirne l’essenza, come dimostrò già anni fa pubblicando il più bell’omaggio sin qua dedicato a Kurt Cobain, vale a dire “Un amore dell’altro mondo” (Einaudi, 2002). La collana “Contromano” sta raccontando i tanti territori che compongono la nostra nazione confidando nell’ispirazione e nella lealtà di letterati diversi esteticamente e politicamente; sin qua, va detto, è stata spesso decisamente divertente. La scelta di affidare un libro a Vanni Santoni è stata strategicamente indovinata: contribuisce a mantenere una bella aura di vivacità, vitalità e freschezza, e costituisce al contempo una conferma della fiducia dell’ambiente editoriale nei confronti d’un ragazzo che fa tutto con leggerezza, ma con una certa, chirurgica e imprevista esattezza. Con uno stile che somiglia, in certi frangenti, a una punizione di Roberto Baggio. Un altro che di cose fiorentine ne sapeva qualcosa, a ben guardare, e che di Firenze ha saputo diventare il figlio amatissimo.

(link al pdf: Il Riformista)

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3 Risposte to “Gianfranco Franchi sul Riformista”

  1. danip Says:

    sì, ma quelli del Foglio c’hanno ragione per il lampredotto.
    Giuro che dopo aver letto quelle pagine son dovuto correre dal trippaio.
    (a giorni recensione anche su RiotVan!)


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