Le strade di Firenze – XLII

febbraio 10, 2009

VIA DEI PRETI (Corriere Fiorentino di domenica 8 febbraio 2008)

Era un pomeriggio umido e freddo; in cerca di un po’ di pace mi aaggiravo di là dall’Arno, beandomi delle botteghe residue e dei muri pieni di storia. Incuriosito da una madonna un po’ rozza, ma di scuola del Ghirlandaio, con un monaco davvero tinto male, mi spinsi in via dei Preti, una viuzza assai poco nota che corre tra via delle Caldaie e borgo Tegolaio. La via, si sarebbe detto, non presentava caratteristiche particolari, salvo un’aderenza quasi impeccabile a quel certo carattere fiorentino difficile da definire eppure inconfondibile. E’ una via di servizio, praticamente ogni muro è il retro di qualche casa o palazzo che preferisce affacciarsi altrove.
Feci qualche passo. Mi resi conto che in realtà via dei Preti è bellissima, poco importa se è fatta di retri: le sue terrazze sono ad arco, oppure hanno le mensole a tre lobi o quelle a trapezio, e in gran parte del suo corso, in alto, finestrelle, finestroni e finestre a lunetta occhieggiano al passante, una qua, una tre metri più su, una al limite del muro, disposte solo apparentemente a casaccio, in una sorta di ordine kandinskijano. Ha vecchie porte da priorato e finestre misteriose a sbarre e, in fondo, il


muro chiaro d’intonaco del convento di San Felice in piazza, che ha l’effetto di una luce al termine del tunnel. Mi sarebbe piaciuto potermi soffermare, riflettere della sostanza di questa via, immaginare i suoi antichi abitanti, ma mi fu impossibile: in una via di sessanta metri scarsi, contai infatti sedici motorini e cinque auto, che con i loro colori metallizzati o sgargianti, e la loro mole, notevole in un luogo così minuto, chiedevano attenzione, se ne appropriavano.
Pensai che era un crimine ammettere il parcheggio delle auto nella nostra città, ma poi mi figurai la risposta di chi abita nella zona: “”Toh! E noi dove si parcheggia? E senza macchina come ci si sposta? Che facciano i parcheggi sotterranei e la tramvia, e poi potrai venire a dirci di levare le macchine!” A questo punto sarei stato costretto a dar loro ragione, oppure a insistere con protervia, battendo la strada dell’inestimabilità di Firenze, in ogni sua parte. Pensai però che loro avrebbero potuto zittirmi di nuovo, ricordandomi che era in fin dei conti una via di servizio, e che di certo anche al tempo dei Medici, in via dei Preti, ci saranno stati carri e cavalli!
È l’enigma di Firenze, quell’enigma che qui, in questa banale eppure bellissima strada di servizio, si rinnova. Museo o città per i suoi abitanti? Come vi si può campare, se anche il posto dove si lascia il motorino chiede tutela e ammirazione? Se il problema, irrisolvibile, ci farà vacillare, e arretrare, si tornerà in via delle Caldaie; lì si scoprirà che il palazzo cui si debbono mensole, terrazze e finestre a lunetta è occupato. Scuola, centro culturale, biblioteca, priorato? Sulla lapide a fianco della porta leggo invece il nome di una nota marca di abiti. Una testa di ponte della “vetrinizzazione” anche di là d’Arno? Non so se Firenze sia città o un museo: mi tengo il dubbio, ma di certo so che non dovrebbe diventare un outlet.

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