Le strade di Firenze – LV

Mag 20, 2009

VIA DELL’ARTE DELLA LANA (Corriere Fiorentino di domenica 16 maggio 2009)

Ho sentito dire che c’è chi viene a Firenze alla ricerca degli “scorci.” C’è poco da cercare, mi son detto: qui, ovunque ti giri ce n’è uno. Poi ho riflettuto che c’è scorcio e scorcio, e che forse il cacciatore cerca una eccellenza quasi metafisica, e il campo, effettivamente, si riduce.
Se il mio favorito è senz’altro quel sottile rettangolo che da via dello Studio mostra una fetta della cupola brunelleschiana, tra i più belli c’è anche quello di cui si può godere da via dell’Arte della lana, arrivando da via della Porta Rossa.
Da lì, giusto sotto la lanterna con viverna all’angolo con via dei Lamberti, la vista è sublime: il cavalcavia che collega il Palagio dell’Arte della Lana con Orsammichele dà un poco d’ombra e di fresco alla strada, che è tuttavia illuminata dalle nicchie bianche con le statue dei patroni delle arti e dagli ingressi fioriti del Ghiberti; in fondo, il simbolo mistico coi tre cerchi incrociati – che alcuni erroneamente credono essere quello dell’Arte dei Beccai, dal palazzo ove è incastonato, ma che rappresenta invece l’Accademia delle Arti e del Disegno – è un faro, mentre a sinistra, sul meraviglioso


Palagio dell’Arte della Lana, allietano l’occhio i sigilli di pietra con l’Agnus Dei, e il tabernacolo che racchiude la madonna di Iacopo di Casentino. Oggi quel palazzo, che prima fu la torre dei Compiobbesi, ospita la Società Dantesca, ma solo in una parte: gli altri locali sono infatti occupati da boutique di abbigliamento. Ricordo che qualche mese fa ci fu grande e giusto scandalo quando dei vandali imbrattarono Orsammichele con scritte a spray; oggi mi chiedo: non è forse un’altra forma di vandalismo occupare un palazzo simile con negozi di giacche e spolverini, di giubbetti da barca o abitucci da ragazzina? Io credo di sì, ma in questo caso avrebbe le sue ragioni anche chi dicesse che, no, non è né vandalismo né scandalo, giacché l’Arte della Lana altro non era che commercio di gomitoli, tessuti e lavorati, quello che in fin dei conti oggi va sotto il generico nome di “moda”. A quelli come me che lamentano una Firenze ridotta ad outlet, qualcuno potrebbe quindi rispondere che, di sette arti maggiori (calimala, cambio, giudici e notai, medici e speziali, lana, pellicciai, setaioli), anche ai tempi che furono la più ricca e importante era quella della lana: secondo il Villani aveva duecento laboratori che davano lavoro a un terzo della popolazione (più realisticamente le stime storiche parlano di tremila lavoranti) e certamente contava il maggior numero di famiglie potenti (per dir solo le più famose, Acciaioli, Alberti, Albizi, Buonaccorsi, Capponi, Corsini, Pucci, Ricci e Ridolfi), e non c’è quindi da lamentarsi se nel nuovo medioevo il dominio è nuovamente di marca tessile.

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