Le strade di Firenze – LVI

maggio 26, 2009

VIA GUSCIANA (Corriere Fiorentino di domenica 24 maggio 2009)

Laddove tuona poderosa Porta Romana, se invece di uscirne, fuggire l’Oltrarno, prendere via Senese o svoltare in viale Machiavelli per il Piazzale, si ripiegasse a destra, prendendo un’apertura non facile da notare per l’imbocco ombreggiato da due alberi e chiuso da una sbarra, ci si troverebbe in via Gusciana.
Ha in sé, via Gusciana, i caratteri del mistero e dell’ovvio assieme: del tutto ignota a chi non usa o usa pochissimo l’auto, è tuttavia ben conosciuta da chi la utilizza: come molte altri luoghi di Firenze, è infatti ridotta a un parcheggio e risponde più alle esigenze della Firenze Parcheggi che a quelle della cittadinanza.
Essa collega piazza della Calza con piazza Tasso; pur essendo oggi, sostanzialmente, un parcheggio – lo dice non solo l’infinita teoria di auto sulla sinistra, ma anche le telecamere, a dozzine, e i gabinetti rossi con gli estintori, uno ogni sei passi – via Gusciana è una via inusuale, diversa da qualunque altra a Firenze. Per cominciare, a sinistra, oltre alle auto, ha le mura. Pare che qui facesse le sue osservazioni Michelangelo quando, volendo collaborare alla difesa della città assediata dalle truppe di Carlo V, fu incaricato di


rafforzarne le fortificazioni. A causa del parcheggio, poi, via Gusciana è molto illuminata. Di più: è una lampara, c’è un lume quasi ogni posto macchina. È quell’arancione un poco fosco tipico dell’illuminazione pubblica fiorentina – ricordo me stesso bambino cercare Firenze dall’alto di Vallombrosa, e trovare, dietro il colle, un vago chiarore aranciato – ma la la via ha un carattere diurno anche nell’ora più tarda, grazie ai tanti lumi e al fatto che la luce si riflette sugli intonaci chiari dei muri sulla destra. Sì, perché, se a sinistra si intuisce Firenze – sarebbe sufficiente scavalcare le mura per trovarsi in viale Francesco Petrarca -, a destra ci sono alti e sottili muri, coronati d’edere, e chi non fosse pratico della topografia cittadina stimerebbe al di là di essi un uliveto, o un bosco. Non solo per le fronde che spuntano – alcune, addirittura, di alti cipressi – ma per l’aria, fresca e profumata, che da là sovviene: è l’aria del giardino Torrigiani (e di Boboli, che solo uno stretto compasso i cui bracci sono via dei Serragli e via Romana li dividono): quel triangolo dove, per conto del marchese Pietro Guadagni, il Digny e il Baccani diedero vita a una rappresentazione narrata della simbologia massonica in forma di giardino romantico, con statue, grotte e una torre a tre livelli. Oggi vi risiede l’omonima “azienda specializzata in noleggio e manutenzione di piante ornamentali” e la statua di Osiride che accoglieva i visitatori, più che il Rituale di Maestro, torna a simboleggiare, come già per gli antichi, l’agricoltura.

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