Le strade di Firenze – LXXXIV

marzo 3, 2010

VIA DELLA STUFA (Corriere Fiorentino di domenica 28 febbraio 2010)

“Prima in una stufa lavatosi bene, nella gran sala si nascose”
(G.Boccaccio, Decameron 3,2)

Di tutti i ricordi d’infanzia che vividamente legano una visione o un’emozione a un luogo della città, uno dei più forti che custodisco è relativo a via della Stufa: qui, passeggiando piccolo con mia madre, un pomeriggio vidi un uomo fuggire. Scappava di corsa, minacciato o colpevole di qualcosa, l’aria sgomenta, il fiatone, il sudore che dalle stille sulla fronte già prendeva a far rivoli.
È in effetti, via della Stufa, una strada che pare fatta apposta per fuggire: generalmente sgombra di presenze, abbastanza buia da dare sicurezza al fuggitivo, ma sufficientemente ampia da pemettergli di correre senza ostacoli; dritta, senza curve in cui andare a sbattere o bivi di fronte ai quali restare indecisi, si getta direttamente nel mercatino di san Lorenzo, e la folla in cui lanciarsi e confondersi, per chi scappa, è la salvezza.
Vi entro oggi, non in fuga ma in esplorazione, proprio dal mercato di San Lorenzo, divenuto negli anni


sempre più squallido, coi suoi banchi tutti uguali; sono lontani, realizzo, i tempi in cui, ragazzi, si poteva sperare di cavarne qualcosa di buono, un cappotto usato, una giacca militare, una felpa retrò. Costeggio l’angolo di una tappezzeria e, voltate le spalle al mercatino, sono dentro. Mi si para di fronte una strada scura e silenziosa; in genere a Firenze a star chiusi e muti sono i portoni, ma via della Stufa è tutta di saracinesche: essa si anima alla sera, quando i mercanti portano i banchetti a dormire nelle rimesse, ma al pomeriggio è deserta, al massimo uno o due passanti camminano in silenzio sotto le sue basse lanterne.
Si direbbe sordida, e le suo origini non sono nobili, dal momento che il nome di “stufe” veniva dato anticamente ai bagni pubblici, e qui, passati i tempi dei romani, che avevano i propri in via delle Terme, trovarono spazio quelli medievali; vi si fuggiva dunque in senso inverso, per l’urgenza di espletare bisogni corporali. Tuttavia, come testimonia l’alternarsi di case e palazzotti, vi furono anche le residenze di famiglie di provata nobiltà: Pecori, Minerbetti, Guasconi e Ginori, tra le altre, e tra di esse quella dei Lotteringhi, che, rilevati i modesti bagni dei secoli bui, li ampliarono e rinnovarono, fino ad arricchircisi; quando poi, in virtù dell’amicizia coi Medici, ascesero ulteriormente nel governo cittadino, ritennero gli portassero più disidoro che vanto, e decisero di eliminarli. Oggi, noto finendo di percorrerla, un piccolo bagno pubblico testimonia l’antica vocazione. Giunta alla fine, la strada sbocca in via Taddea, la via dove – leggo sulla lapide che mi trovo di fronte – fu assassinato Spartaco Lavagnini; e come non immaginare gli squadristi fuggire proprio di qui, compiuto il delitto? Rientro percorrendola a ritroso, un’ombra nelle ombre.

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