Le strade di Firenze – LXXXV

marzo 11, 2010

BORGO TEGOLAIO (Corriere Fiorentino di domenica 7 marzo 2010)

Entro in Borgo Tegolaio nel tardo pomeriggio: vuoto di automobili ma occupato da una fila ininterrotta di motorini, mi si presenta piuttosto buio, con tre figliole che ridono su uno scalino, un volantino che raffigura in fotomontaggio un Renzi che mangia pezzi di ciccia, musica di dietro un bandone; dalle botteghe e dai garage tutti sembrano intenti a spazzare polvere o trucioli verso fuori. L’atmosfera è popolare, e nostalgica, soprattutto, giacché questo certo modo di essere “popolare” la maggior parte delle strade di Firenze lo hanno da tempo perduto. Le botteghe, per cominciare, sono davvero botteghe: supero un corniciaio che è una festa di ori e fregi e cornici settecentesche una dentro l’altra, un fabbro ferraio, un restauratore di porte, un antiquario; la strada è dritta e ordinaria solo fino alla chiesa di san Felice in Piazza: passato il suo abside irregolare – cubista quasi, nella sovrapposizione bizzarra dei piani – e il tabernacolo di san Filippo Neri (qui egli, nato in via dei Serragli, fu a balia), borgo Tegolaio si scuote, si anima di forme (e anche un poco del traffico che arriva da via Romana), i volumi dei muri si agitano mentre sul lato destro continuano le


botteghe. Sul sinistro, solo una lapide (lascito di un Cioni d’altri tempi: “Lì sotto proibiscono lungo la Chiesa e monastero il giocare far brutture, et sotto le solite pene”) interrompe il muro conventuale. I prezzi orari in un garage mi ricordano perché non tengo la macchina in centro; una tappezzeria completa la schiera di artigiani dell’arredo, prima di arrivare a via del Campuccio, che chiude la strada. Su un muro una beffarda scritta viola chiede: “sei libero o felice?”, e rinforza il senso di inspiegata nostalgia che il borgo è in grado di suscitare.
Non c’è traccia, oggi, della vocazione originaria della via, la produzione di tegoli (tegoli e non tegole: è bene fare distinzione tra la tegola ovvero l’embrice – piano di terracotta trapezoidale con cui si fa la copertura dei tetti – e il tegolo ovvero il coppo – la variante a forma lievemente semiconica, da porre sulla connessura degli embrici stessi, ma buono anche per fare l’intera copertura). Da qui venivano i tegoli dei tetti di mezza Firenze, e da qui indirettamente il motto “m’è cascato un tegolo sul capo”, come metafora di una disgrazia improvvisa e inaspettata: i tegoli, stando poggiati in rilievo erano più esposti al vento e potevano quindi volar via, verso le teste dei passanti. Tuttavia, anche quando borgo Tegolaio era interamente deputato alla produzione di laterizi, doveva in qualche modo suscitare la medesima nostalgia: pare che Caterina de’Medici, lasciata Firenze in favore di Parigi quando divenne regina di Francia, diede ordine di costruire la propria nuova residenza sopra una tuilerie, ovvero una fabbrica di tegoli, memore proprio di quelle fiorentine.

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Una Risposta to “Le strade di Firenze – LXXXV”


  1. […] Vanni Santoni – Le strade di Firenze: Borgo Tegolaio […]


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