Le strade di Firenze – LXXXVIII

aprile 12, 2010

VIA PELLICCERIA (Corriere Fiorentino di domenica 4 aprile 2010)

Mi chiede un lettore se io odi i mercatini, viste le parole per nulla indulgenti spese su quello di san Lorenzo. La risposta è no. Io per natura amo tutto ciò che è passeggero, precario, transeunte: amo fiere, artisti di strada, notti bianche, rave, processioni, venditori ambulanti, mercati e mercatini: quando sono veri, però, e veramente occasionali. Quando portano nella vita cittadina l’inconsueto, l’inusuale, l’antico o il nuovissimo, e non mille repliche di ninnoli per turisti che già riempiono fino alla nausea i negozi di souvenir. Per fare un esempio, adoro quando, al giovedì mattina, il portico di via Pellicceria si riempie di venditori di piante, e, benché


la botanica non rientri tra le mie passioni, quasi mi commuovo a camminare per quel piccolo, temporaneo universo, respirare odori normalmente preclusi al centro di una città, vedere l’indaffarato sciamare della gente, l’entusiasmo che può dare un acquisto inaspettato, fuori dalle logiche di desiderio imposto tipiche del sistema pubblicità-boutique. Tanto più che là in mezzo vi sono anche due banchini di libri, notevoli per la qualità della propria selezione, e allora, in mezzo agli amanti di cactus, kenzie e peonie, anch’io posso comprar qualcosa, e sentirmi parte dell’atmosfera vitale che lì sotto si forma.
Dico “lì sotto” perché, come accennavo in apertura, via Pellicceria è infatti strada di portici, cosa sommamente inusuale a Firenze e frutto del “risanamento” ottocentesco che scempiò una bella parte del centro medievale (e non esclusivamente popolare e “degradato”, come dicevano all’epoca gli alfieri del rinnovamento: qui avevano in realtà case e torri gli Strozzi, i Tornabuoni, i Pigli e i Malegonnelle: tutto perduto, inglobato al massimo nei placidi palazzotti ottocenteschi sul lato opposto al portico) per dare vita a piazza della Repubblica e vie limitrofe. Eppure, per quanto poco fiorentini, i portici di via Pellicceria hanno una loro coerenza, una loro vita, anche quando non vi si vendono piante e fiori. Una vita popolare e signorile insieme, in qualche modo isolata dalle frotte turistiche tutte intorno: è forse l’aura residua del suo carattere originario, quello di una stretta e affollata via dove prosperava il commercio di pellicce (il Petrarca, nel suo testamento, lasciava al Boccaccio 50 fiorini affinché venisse proprio qui a comprarsi una zimarra foderata di pelliccia), non solo da indossare, ma anche per la casa: ai tempi, nelle case signorili si mettevano pellicce (di vaio, uno scoiattolo grigio che i mercanti di qui importavano dall’Est) anche alle pareti. Qualunque sia la ragione, è ogni volta ameno passeggiare in via Pellicceria, e ancor più bello è arrivare in fondo, dove il palazzo Giandonati, quello dei Canacci e il Palagio di parte Guelfa suggeriscono come doveva essere la strada, ai tempi del “degrado”.

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