Le strade di Firenze – LXXXIX

aprile 14, 2010

PIAZZA SANT’AMBROGIO (Corriere Fiorentino di domenica 11 aprile 2010)

Questa piazza, che ho sempre amato per il suo sublime lampredotto (in realtà il banco di Pollini è in via de’Macci, ma dopo aver acquistato il panino è inevitabile fermarsi a mangiarlo sugli scalini della chiesa) è oggi fulcro di quella che i giornali chiamano “movida”: nonostante l’aspetto modesto, si è fatta polo d’attrazione, incontro e permanenza notturna. Verrebbe da pensare che sia più per “demeriti” altrui: Santa Croce la si è voluta bonificare dal cosiddetto “degrado” ed è stata trasformata in uno spazio vuoto (se non quando vi si svolgono squallide rassegne in favore di questa o quella azienda di gas o telefonia), piazza del Duomo e gli Uffizi peggio che mai (per sgominar due chitarre e qualche fiasco di vino li si è


trasformati in luoghi tanto deserti da esser pericolosi, alla notte) a Santo Spirito viceversa volano le bottigliate, mentre altre possibili candidate, come piazza del Carmine o Brunelleschi, sono state trasformate in parcheggi, precludendo ogni possibile sviluppo.
Che sia per demerito delle altre piazze o per un proprio genius loci, fatto sta che alle 22:30 del venerdì, nella piazza dedicata alla memoria del vescovo di Milano (della cui visita il Bargellini descrive, dandolo addirittura per fatto acclarato, il suo “scacciare spiriti immondi da Firenze”) trovo una piccola folla, sugli scalini, ai pochi tavolini autorizzati e soprattutto in piedi, ma nei suoi ceffi registro una vitalità non troppo pretenziosa, l’accontentarsi del fatto che sia sera e l’avere una bevuta tra le mani, come certe piazzette di Barcellona, tra il Carrer d’Avinyò e il Mercat Santa Caterina, dove si tira tardi, ma senza la frenesia delle ramblas. Stranieri, pochi: la sbronza stavolta pare tutta italiana, e fiorentina in gran parte: uno studente sproloquia, due ragazzine ridono mentre un nero propone loro gadget fluorescenti, per un attimo mi perdo tra le scapole tatuate di una ragazza che per il caldo si sveste della felpa. Non c’è in effetti nulla di interessante o significativo (e le bevute son care), eppure la gente vi si affolla.
In realtà questa piazza deforme, (piazza di nome, ma “forca” secondo l’antica toponomastica cittadina), rettangolare solo sulla carta, con le vie che da essa si aprono come braccia e gambe di una mandragora o d’altra radice antropomorfa, all’ombra di una chiesa solo apparentemente banale e disadorna, anche al mattino brulica: in essa vi è fortissima una vocazione alla vita. Il fatto è forse che proprio qui in piazza sant’Ambrogio regnava una delle più vitali delle Potenze Festeggianti, la Signoria del Gran Monarca della Città Rossa, così denominata perché rappresentava tutto il quartiere, che era detto all’epoca “della Mattonaia” per le molte fabbriche di mattoni. L’emblema, una fortezza rossa, si nota ancora oggi nella gocciola del tabernacolo e nel muro d’angolo della chiesa: più che una degenerazione postmoderna – o un mistero, vista l’assenza di attrattive – una vocazione ancestrale, e quindi inestinguibile, all’incontro e alla festa.

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