Le strade di Firenze – CIII

novembre 15, 2010

VIA DELLA PERGOLA (Corriere Fiorentino di domenica 7 ottobre 2010)

Di tutte le strade di Firenze, via della Pergola è forse quella col toponimo più forte: la Pergola che le dà il nome non si limita a darlo anche al Teatro, ma abbiamo anche il vicolo della Pergola, il soggiorno la Pergola, la libreria la Pergola (di questa, vittima della moria che ha colpito le librerie del centro, intuisco l’insegna sotto un telo di plastica), il bar la Pergola, la galleria d’arte la Pergola.
Come strada, via della Pergola è un po’ il contraltare di Borgo Pinti: ad esso parallela, come lui silenziosa, ma chiara, diversamente dal borgo che appare sempre buio. La luce viene dalla relativa ampiezza e dalle tinte degli edifici; il silenzio deriva forse dal suo stare tra un ospedale e un teatro; incontro un po’ di brusio solo dove incrocia gli Alfani.
Traversandola, è tutto un fiorire di istituzioni in cui il silenzio la fa da padrone: dipartimenti medici o di storia dell’arte, antichi ospizi, uffici di sovrintendenza. Incontro anche la casa dove Benvenuto Cellini


gettò il bronzo del Perseo e sicuramente dovettero risuonare e spandersi ovunque le sue imprecazioni: racconta egli stesso che al momento del getto del suo capolavoro, il bronzo fece migliaccio – cominciò a raffreddarsi a zone, assumendo la conformazione crepata del dolce di castagne – e il Cellini tra grida e improperi fece prendere tutte le posate, i piatti e le scodelle di stagno di quella stessa casa e le buttò nella mescola, così da renderle consistenza liquida e salvarla.
Passata la casa dello scultore, dopo canto dei Rosai è come trovarsi del tutto altrove. La strada si fa spoglia e umida alle pareti – non è un caso che questo pezzo si chiamasse un tempo via Tra gli Orti – s’intravede il breve tunnel di via Laura e non resta che voltarsi e percorrerla a ritroso. Fatta all’inverso, la strada inquieta un poco: sarà che raramente ci si spinge oltre il teatro, ma il suo silenzio e la sua luce così diversa da quella delle altre vie si tramutano in un senso di solitudine, e per difendersi è necessario ricordare come questa strada abbia visto anche momenti di vitalità (e che quindi, forse, gli improperi del Cellini si confusero in altro e più alto chiasso esterno): quando vi si stendevano i tiratoi dell’arte della lana, ma anche più tardi, nel seicento, quando vi infuriavano le discussioni dei membri dell’Accademia degli Infuocati, il cui scisma portò a quell’Accademia degli Immobili cui dobbiamo il glorioso Teatro della Pergola – dico glorioso ché troppo spesso si dimentica come quest’edificio ripittato in un assurdo color salmonaccio sia pur sempre il primo teatro moderno del mondo, dalla forma ovata e con i palchetti; e nell’ottocento, quando dalla parte del teatro esisteva una fila di piuoli di pietra appollaiati sui quali passavano le giornate i macchiaioli, “dando la berta a chi passava e continuamente celiando e mettendo in allare le pacifiche famiglie della città,” come racconta il Signorini: nessun dubbio che oggi si parlerebbe di degrado e si invocherebbe la municipale a scacciare Fattori e compagnia ruzzante.

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