Le strade di Firenze – CX

gennaio 24, 2011

VIA ROMANA (Corriere Fiorentino di domenica 9 gennaio 2011)

Via Romana, arteria chiave nell’antica mappa cittadina, collegamento tra la porta omonima e il quartiere di Santo Spirito, nonché sede di quella Specola che fu il primo museo scientifico d’Europa, è tuttavia una strada umbratile, poco avvezza alla gloria: non se ne sospetta l’inizio, quasi nascosto tra le vie che si dipartono da piazza san Felice, né del resto il senso di marcia delle auto e degli autobus aiuta a entrarvi.
Quando finalmente la imbuco, noto un brulicare traverso di gente, un continuo attraversarla per passare da una bottega all’altra: l’eco di un tipo di vita cittadina ormai scomparsa, ma che a volte, in Oltrarno, ancora riverbera. La strada è fresca; in estate è più evidente, ma anche adesso lo si nota. Il suo segreto, ben


nascosto da questo carattere vivo, commerciale, popolare, che il continuo flusso di mezzi verso il centro città rende ancora più intenso, sono due giardini. A sinistra, dietro quello che potrebbe sembrare un semplice bastioncello di villa, vi è un angolo di Boboli, e poco dietro di esso, Boboli tutto; sull’altro fronte, un giardino più piccolo ma non meno carico di storia, quel Giardino di Annalena dove la vedova del condottiero Baldaccio d’Anghiari accoglieva altre donne rimaste sole, affrante e “deluse dal mondo”. Qui trovò asilo Caterina Sforza dopo la morte di Giovanni di Lorenzo dei Medici, e con lei vi si nascose il figlioletto, colui che sarebbe stato poi conosciuto come Giovanni dalle Bande Nere, per l’occasione travestito da bambina (e chissà che sfottò, sul campo di battaglia, se questo aneddoto fosse giunto all’orecchio di qualcuno dei suoi grifagni nemici!)
Il Giardino di Annalena non è qui per caso: via Romana poteva bene, a suo tempo, esser detta la strada degli spedali e degli ospizi; benché Firenze fosse fuori dalla via Francigena, e dunque dai più cospicui flussi di pellegrini, ne arrivava comunque un numero non indifferente, specialmente da sud, e i più trovavano alloggio qui. La strada arrivò a contare nove ospizi: lo Spedale di sant’Antonio, quello di San Bartolommeo, quello di San Lorenzo, quello di Santa Maria della Misericordia, l’Ospizio della Buca, quello di San Pier Gattolino, quello di San Pier Novello, lo Spedale dello Spirito Santo e quello dei Monaci della Certosa. E benché oggi non restino che pochi segni di tali istituzioni, appare ben chiaro che via Romana non è fatta per essere percorsa come oggi io la percorro. Da qui si arriva a Firenze, mica si va via, realizzo, e allora accelero il passo, quasi sentendomi chiamato a rifarla “per il verso giusto”; supero l’incrocio con via del Serumido e ancora un pugno di botteghe, finché la strada non si fa distretto di Porta Romana, finché non vedo la porta distendersi alata in piazza della Calza, e allora mi volto e riparto: come mi aspettavo, in questa direzione la tratta è agile e deliziosa. Seguo la lieve discesa fino al tempietto di Ermes, e da lì poi risalgo, ed eccomi a Firenze, che già sento nuova, come se arrivassi da un lungo peregrinare.

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