Massimiliano Santarossa su Il Messaggero Veneto

dicembre 5, 2011

Lo scrittore Massimiliano Santarossa su Il Messaggero Veneto recensisce vari romanzi all’interno di un più ampio discorso sull’Italia e i suoi scrittori; tra di essi, Se fossi fuoco arderei Firenze.

L’Italia moderna narrata dai romanzi dei giovani scrittori Emanuele Tonon, Christian Frascella, Vanni Santoni, Luigi Pingitore

di Massimiliano Santarossa

Lo diceva Pier Vittorio Tondelli già nei lontani anni Ottanta, e lo diceva con la sua voce composta ed educata e con le sue memorabili pagine urlate e infuocate: l’Italia moderna, oggi ormai post-moderna, la si può capire davvero solo attraverso il racconto delle innumerevoli periferie che la compongono. Non sono più i centri metropolitani e nemmeno i grandi centri di potere o i centri culturali a raccontarla; ormai l’Italia se la vuoi conoscere a fondo la devi osservare dagli angoli, dai posti meno visibili, quelli all’ombra. Perché è lì che si trovano le ultime forme di vita reale. Nella lezione di Tondelli il punto era chiaro: non sono le statistiche economiche o il prodotto interno lordo o lo sviluppo industriale che possono identificare una nazione, ma bensì le storie delle persone, e se sono storie minime e ultime tanto meglio, perché sono queste che messe assieme come in un mosaico compongono la “grande storia”.
In questi anni dal mio osservatorio di scrittore ho assistito a moltissimi debutti letterari di autori a me coetanei. Autori del Nordest dove vivo e scrivo, ma anche autori del Nord, del Centro e del Sud Italia. E una questione mi ha sempre colpito, una circostanza che dà pienamente ragione al pensiero di Tondelli: ovunque in questa Italia nasca un nuovo scrittore che voglia raccontare il proprio ambiente, umano, geografico, economico o sociale che sia, è certo che quello scrittore si ritroverà legato per moltissimi temi ad altri autori che vivono in regioni lontane o anche lontanissime, come in un filo rosso narrativo che si tesse in modo naturale.
Mi vengono in mente alcuni tra i migliori autori italiani di questi ultimi anni, appena usciti con i propri romanzi in queste settimane, scrittori trentenni e quarantenni del Nordest come Emanuele Tonon, o il gruppo di autori del movimento padovano Sugarpulp, del Nordovest come Christian Frascella, del Centro Italia come Vanni Santoni e del Sud Italia come Luigi Pingitore. Scrittori capofila d’una generazione che portano su carta le storie della propria provincia che per quanto distanti centinaia di chilometri le une dalle altre ci danno la dimensione e l’idea che in fondo questo paese tanto frammentato non lo è, e forse non lo è mia stato.
Il Sud Italia narrato da Luigi Pingitore nel suo potentissimo romanzo “Tutta la bellezza deve morire” (Hacca, pag 300, euro 14,00) se visto attraverso gli occhi dei protagonisti del romanzo è identico a tutto il resto del paese, e ci riporta le stesse domande, le stesse paure, la stessa voglia di fuggire della nostra generazione. Pingitore ci riporta agli occhi un Sud contrapposto allo stereotipo turistico, dove prevalgono invece territori di potenza arcaica, rocce, mare, terre colme di storie, e al centro un gruppo di ragazzi fragili, ribelli, eredi diretti dei ragazzi di strada Pasoliniani, figli dello stesso malessere, e impegnati a inseguire la propria giovinezza fino in fondo, a ogni costo fino in fondo. Luigi Pingitore narra le grandi domande della gioventù, per cui un mondo interiore per nulla diverso dalle storie di Christian Frascella e dei suoi bellissimi romanzi come “Mia sorella è una foca monaca” o il recentissimo “La sfuriata di Bet” (Einaudi).
E su questa scia si sviluppa e corre anche l’ultimo romanzo di Vanni Santoni “Se fossi fuoco, arderei Firenze” (Laterza, pag 158, euro 10,00). La narrazione di una generazione fiorentina, più in generale toscana o del Centro Italia, che deve ormai anche lì fare i conti con le scarse opportunità di lavoro e le magre certezze della vita. Santoni ci trasporta in un vortice letterario proprio del suo stile, composto da storie, aneddoti, vicende di chi va e viene fra le vie e piazze della città, personaggi riconoscibili ed esagerati e altri intenti a galleggiare nel proprio niente, studenti, artisti veri o presunti, delinquenti e signori, storie minime che appunto compongono la storia più grande d’un ambiente di periferia.
Questi scrittori ci consegnano la visione di un paese raccontato dal basso, dal lato della vita, dalla penombra, e quindi un paese vivo, fatto di carne e sangue e anima. Aveva quindi ragione Tondelli: l’Italia non la si può raccontare per risultati economici o prodotto interno lordo o sviluppo industriale. L’Italia la si può e deve raccontare per i sogni e le attese e le speranze e anche le paure delle generazioni che qui sono nate e che qui vivono. E da questi romanzi esce appunto chiara la sensazione che Nordest, Nordovest, Centro e Sud Italia non siano così distanti, diversi, divisi come alcuni vorrebbero farci pensare.
La letteratura vera sta lì a dire ciò che siamo e ciò che diventeremo. Basta ascoltare i Poeti, come suggeriva il friulano Padre David Maria Turoldo.

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