Gilda Policastro su Bookdetector

settembre 18, 2014

Scopro che Bookdetector è scomparso dalla rete – archivi inclusi. Riporto dunque per completezza della rassegna stampa la recensione di Personaggi precari fatta a suo tempo da Gilda Policastro per la suddetta testata.

Vanni Santoni, Personaggi precari, Voland, 13 euro, 157 pp

Cos’accomuna Manganelli e Spoon River, Arminio e Flaiano, Vanni Santoni e Marziale? La prima analogia riguarda evidentemente la forma: il microracconto (o romanzo, addirittura), l’aforisma, l’epigramma, che nella brevitas esaltano e contraggono il fabula docet (talvolta deprivato della fabula). E però non è solo la forma breve (variabile, peraltro, quanto a dimensioni, genere e stile) a essere chiamata in causa nell’accostamento di cui sopra, quanto la forma del contenuto: ossia il modo in cui di preferenza un certo oggetto (i caratteri e i costumi, per dirla classicamente) si dispone o si concentra in una microrappresentazione. È il caso, ultimo nei menzionati, dei Personaggi precari di Vanni Santoni: uno apre il libro e si aspetta di trovarci storie di call center o di ricevitorie, invece il precariato (come nota opportunamente Raoul Bruni nella postfazione a questa edizione rinnovata del libro esordiale dell’autore) è una «condizione esistenziale e psicologica», una condizione, aggiungiamo, al tempo stesso universale e molto particolare di straniamento. I nomi, intanto, sono essi stessi parte del racconto: non si tratta quasi mai di Francesca e Giovanni, ma di Melampo, Gigia, Mordred (uno dei migliori in assoluto, il ritratto di quest’ultimo: «Ed eccolo, intabarrato in un pastrano scuro […], Mordred che esce per comprare aglio, capperi e malva»). E chi sono, i portatori di questi nomi bizzarri? Se nomina sunt et cetera, come nella novella tradizionale (a ricordarsi anche solo di Frate Cipolla e Guccio Imbratta), i protagonisti di questi squarci di umanità precaria sono personaggi che hanno sempre un guasto fisico o morale, oppure che incontrano un inciampo ai loro progetti banali e quotidiani. E il comico, via Bergson, che cos’è, se non il riso che scaturisce da un irrigidimento o un automatismo della materia o del comportamento, ovvero da un particolare storto, venuto male? Del resto, per Bergson è il mero intervento della fisicità, di per sé, a decretare l’irruzione del comico: «gli eroi di tragedie non bevono, non mangiano, non si riscaldano». I precari di Santoni, viepiù, pisciano, ruttano, si masturbano, bestemmiano. Perché di un comico della crudeltà (in chiave talvolta eccessivamente bozzettistica – o «toscana», nota ancora Bruni) qui si tratta: dei difetti, per lo più, si ride, delle anomalie fisiche o caratteriali, ma anche (e soprattutto) delle malattie e della morte (si veda quell’interno di studio medico, in cui la tensione del paziente e il fastidio del primario sono esaltati da un gesto scomposto e imprevedibile, oltre che goffo e insensato). Si potrebbe imputare all’autore solo in qualche sporadico caso un eccesso di gratuità e disinvoltura. Soprattutto perché, individuato o riscoperto un meccanismo (la brevità fulminante, o, per converso, il periodone sintatticamente complesso che culmina nell’inatteso e nel nonsense, oppure – ed è la soluzione più facile ma anche la meno interessante, in quanto più abusata dalla comicità televisiva – nel calembour scurrile), egli lo porta avanti con un certo autocompiacimento. E però val la pena di leggerlo, questo libro, e di leggerlo tutto d’un fiato: perché è come trovarsi nella carrozza di un treno, o in un qualsiasi pezzo di mondo dove non conosciamo gli altri, e ci disturbano, o ci inquietano. Ma piuttosto che allontanarcene, allora, riderne: per castigarne i costumi, certo, ma anche per ritrovare nell’altro, noi chi siamo, tra i Mordred e i Melampo.

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