Archive for the 'Firenze' Category

Le strade di Firenze – XC

aprile 22, 2010

PIAZZA SANTO STEFANO (Corriere Fiorentino di domenica 18 aprile 2010)

A un passo dalle brutture di via Por Santa Maria (brutture incolpevoli, che quanto c’era di bello lo fecero saltare i nazisti nel ’44), si nasconde un gioiello. Si nasconde, sì, perché pare non entrarvi mai una sola persona. Io stesso scoprii per caso piazza Santo Stefano, arrivandovi non dall’accesso principale, quel vicolo omonimo che dà sulla suddetta strada, ma da dietro, passando da via dei Georgofili, una sera che vagavo vagheggiando. Non una persona viene ad ammirare la chiesa di Santo Stefano al Ponte, la sua architettura a linee spezzate, i rosoni a ruota di carro, le bifore eleganti, il tetto a capanna nobilitato dagli archetti, il portale in marmo bicromo, una porta bianca e verde che sa di Battistero e di Santa Maria Novella, e pare dire “siamo a Firenze, ciccio, ‘un te

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Le strade di Firenze – LXXXIX

aprile 14, 2010

PIAZZA SANT’AMBROGIO (Corriere Fiorentino di domenica 11 aprile 2010)

Questa piazza, che ho sempre amato per il suo sublime lampredotto (in realtà il banco di Pollini è in via de’Macci, ma dopo aver acquistato il panino è inevitabile fermarsi a mangiarlo sugli scalini della chiesa) è oggi fulcro di quella che i giornali chiamano “movida”: nonostante l’aspetto modesto, si è fatta polo d’attrazione, incontro e permanenza notturna. Verrebbe da pensare che sia più per “demeriti” altrui: Santa Croce la si è voluta bonificare dal cosiddetto “degrado” ed è stata trasformata in uno spazio vuoto (se non quando vi si svolgono squallide rassegne in favore di questa o quella azienda di gas o telefonia), piazza del Duomo e gli Uffizi peggio che mai (per sgominar due chitarre e qualche fiasco di vino li si è

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Le strade di Firenze – LXXXVIII

aprile 12, 2010

VIA PELLICCERIA (Corriere Fiorentino di domenica 4 aprile 2010)

Mi chiede un lettore se io odi i mercatini, viste le parole per nulla indulgenti spese su quello di san Lorenzo. La risposta è no. Io per natura amo tutto ciò che è passeggero, precario, transeunte: amo fiere, artisti di strada, notti bianche, rave, processioni, venditori ambulanti, mercati e mercatini: quando sono veri, però, e veramente occasionali. Quando portano nella vita cittadina l’inconsueto, l’inusuale, l’antico o il nuovissimo, e non mille repliche di ninnoli per turisti che già riempiono fino alla nausea i negozi di souvenir. Per fare un esempio, adoro quando, al giovedì mattina, il portico di via Pellicceria si riempie di venditori di piante, e, benché

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Le strade di Firenze – LXXXVII

aprile 1, 2010

PIAZZA SAN LORENZO (Corriere Fiorentino di domenica 28 marzo 2010)

È una piazza difficile, piazza San Lorenzo, con quella facciata di pietra. Un milanese (o altro longobardo) vedendomi intento sopra un taccuino, e pigliandomi forse per uno storico dell’arte in azione documentaria, la indica e mi chiede come mai “l’abbiano fatta così”. Vagli a spiegare che, in buona sostanza, la facciata non venne mai fatta, e quello che vede non è altro il di sotto; vagli a raccontare la storia dei progetti di facciata che nei secoli vennero proposti: quello di Giuliano da Sangallo, quello dei due Sansovino, e ancora quelli di Baccio d’Agnolo, del Buontalenti, di Pasquale Poccianti e Alfredo Guidi. Non lo farei contento: è in cerca d’aneddoto, si capisce. Gli dico allora che è per simboleggiare l’umiltà del Cristo, e quello, ignaro della burla, se ne va via contento, passando sotto la statua di Giovanni dalle Bande Nere.
A onor del vero, però, non è solo la facciata senza marmi della prima chiesa fiorentina (almeno tra quelle documentate: fu infatti consacrata sedici secoli fa, nel 393) a fare di piazza San Lorenzo un luogo meno ambito delle sue sorelle Santa Croce, Santa Maria Novella e San Giovanni (o del Duomo). Vi si arriva infatti con le aspettative assai basse, da borgo San Lorenzo, forra del turismo più deteriore (pizzerie, magliette,

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Le strade di Firenze – LXXXVI

marzo 17, 2010

VIALE MANFREDO FANTI (Corriere Fiorentino di domenica 14 marzo 2010)

Non sapevo neanche come si chiamasse, questo viale, eppure lo conoscevo bene: è quello che si percorre in un attimo, all’andata, quando usciti dalla passerella di ferro di Campo di Marte si va come falene verso i riflettori accesi dell’Artemio Franchi, e si arriva ai cancelli senza ben realizzare di aver effettivamente percorso un viale, e quello che si fa poi indietro, più spesso a capo basso che gai – non abbiamo mica scelto di tifare per una di quelle squadre a strisce, e meno male – e allora diventa lungo e buio e cupo: come martedì scorso.
Stavo perduto in mezzo alla marea viola che a capo basso usciva dall’Europa. Non chiacchierava, la marea: borbottava; c’era chi si consolava con un gelato al freddo, all’ombra degli striscioni “FINAL: MADRID 2010” che parlavano di cose già non più nostre, neppure nei sogni. Nel borbottio, era il trionfo delle recriminazioni; i bimbi, che ancora non avevano imparato a soffrire per bene, chiedevano ai babbi di questo o quel giocatore: i babbi rispondevano a mezza bocca, camminando e stringendosi per il gelo. I banchini

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Le strade di Firenze – LXXXV

marzo 11, 2010

BORGO TEGOLAIO (Corriere Fiorentino di domenica 7 marzo 2010)

Entro in Borgo Tegolaio nel tardo pomeriggio: vuoto di automobili ma occupato da una fila ininterrotta di motorini, mi si presenta piuttosto buio, con tre figliole che ridono su uno scalino, un volantino che raffigura in fotomontaggio un Renzi che mangia pezzi di ciccia, musica di dietro un bandone; dalle botteghe e dai garage tutti sembrano intenti a spazzare polvere o trucioli verso fuori. L’atmosfera è popolare, e nostalgica, soprattutto, giacché questo certo modo di essere “popolare” la maggior parte delle strade di Firenze lo hanno da tempo perduto. Le botteghe, per cominciare, sono davvero botteghe: supero un corniciaio che è una festa di ori e fregi e cornici settecentesche una dentro l’altra, un fabbro ferraio, un restauratore di porte, un antiquario; la strada è dritta e ordinaria solo fino alla chiesa di san Felice in Piazza: passato il suo abside irregolare – cubista quasi, nella sovrapposizione bizzarra dei piani – e il tabernacolo di san Filippo Neri (qui egli, nato in via dei Serragli, fu a balia), borgo Tegolaio si scuote, si anima di forme (e anche un poco del traffico che arriva da via Romana), i volumi dei muri si agitano mentre sul lato destro continuano le

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Le strade di Firenze – LXXXIV

marzo 3, 2010

VIA DELLA STUFA (Corriere Fiorentino di domenica 28 febbraio 2010)

“Prima in una stufa lavatosi bene, nella gran sala si nascose”
(G.Boccaccio, Decameron 3,2)

Di tutti i ricordi d’infanzia che vividamente legano una visione o un’emozione a un luogo della città, uno dei più forti che custodisco è relativo a via della Stufa: qui, passeggiando piccolo con mia madre, un pomeriggio vidi un uomo fuggire. Scappava di corsa, minacciato o colpevole di qualcosa, l’aria sgomenta, il fiatone, il sudore che dalle stille sulla fronte già prendeva a far rivoli.
È in effetti, via della Stufa, una strada che pare fatta apposta per fuggire: generalmente sgombra di presenze, abbastanza buia da dare sicurezza al fuggitivo, ma sufficientemente ampia da pemettergli di correre senza ostacoli; dritta, senza curve in cui andare a sbattere o bivi di fronte ai quali restare indecisi, si getta direttamente nel mercatino di san Lorenzo, e la folla in cui lanciarsi e confondersi, per chi scappa, è la salvezza.
Vi entro oggi, non in fuga ma in esplorazione, proprio dal mercato di San Lorenzo, divenuto negli anni

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Le strade di Firenze – LXXXIII

febbraio 23, 2010

VIA SANT’EGIDIO (Corriere Fiorentino di domenica 21 febbraio 2010)

Mi trovavo, la sera di un sabato, a percorrere via sant’Egidio, una di quelle vie nelle quali passi mille volte ma di cui non impari mai il nome, destinata ad essere sempre indicata come “parallela di…”, “perpendicolare a…”; ne notavo la caratteristica umidità, e valutavo se il palazzo al numero 16 potesse essere in effetti il più umido di Firenze. Assorto in tali alte considerazioni, mi superarono quattro ragazze e un ragazzo: nonostante il freddo da nono girone c’era dovizia di carni scoperte, e anche il maschio della compagnia non aveva indosso che una t-shirt; in bilico su tacchi, le fanciulle strepitavano in yankee, ma a tratti, tra una risata, un gridolino e un caracollare, alzavano lo sguardo ai muri alti della via, le bocche aperte. Mi chiesi: che penseranno costoro di via sant’Egidio? Per uno che abita a Firenze, poco è più normale di questa strada. La meraviglia di costoro per la Cupola, mi dissi, non può essere dissimile alla mia: son trent’anni che la vedo e ne esco sempre sconcertato. Ma via sant’Egidio? L’unica sua cosa eccezionale è ignota ai piú, ed è il gioco del Sibillone: si svolgeva a palazzo Busini, quello con gli sporti laterali, laddove la via fa forca con via dell’Oriuolo, per

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Le strade di Firenze – LXXXII

febbraio 16, 2010

PIAZZA DEL MERCATO NUOVO (Corriere Fiorentino di domenica 14 febbraio 2010)

Di tutte le ottantadue strade e piazze cittadine raccontate fin qui, piazza del Mercato Nuovo è forse quella dove sono passato più spesso. C’ho fatto ì solco, come si suol dire. La ragione è semplice: c’è il trippaio, ed è uno dei migliori, nonostante la zona assai turistica, e così mi trovo a tornare da queste parti ogni volta in cui cerco il conforto di un panino al lampredotto che – sarà il brodo, sarà la carne, sarà che è caldo – è la cosa più simile a un vero pasto che si possa trovare e consumare in pochi minuti (si, anche più del kebab, gli xenofili si mettano l’anima in pace). Piacere del panino a parte, la piazza è un incubo: afflitta da un mercatino piuttosto insensato – tutti i banchi sono identici tra loro nell’esposizione grottesca di cintole e borse e sciarpe e ancora torri di Pisa, Persei, David, pure centurioni romani (lì lo spedizioniere cinese si deve essere sbagliato) – è sempre affollata di turisti, anzi dalla parte peggiore della marea che quotidianamente assedia Firenze: quelli che, fatte le cose “obbligatorie” – il giro agli Uffizi, il Campanile di Giotto – alla quiete mistica di Santa Maria Novella, Santa Croce o San Miniato preferiscono

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Le strade di Firenze – LXXXI

febbraio 3, 2010

VIA DE’ CONTI (Corriere Fiorentino di domenica 31 gennaio 2010)

Diceva il Papini – vado a memoria – che a Firenze la nobiltà è dove non la vedi. Ora, fermo restando che è anche dove la vedi, via de’ Conti potrebbe essere l’esempio più lampante dell’esempio, a cominciare dal nome (che tuttavia non fa riferimento a dei generici conti, ma alla famiglia Conti di Pisa, di rango ancor più alto, essendo marchesi), fino ai palazzi che, quasi in incognito ospita: oltre a quello dei Conti, già appartenuto ai Malespini, sono qui quelli dei D’Ambra, dei Bardelli, dei Boni, dei Guasconi, degli Aldobrandini, grandi famiglie fiorentine che qui vollero i loro primi veri palazzi, finita l’era delle case-torri. Spiccano tra tutti quello dei d’Ambra, dall’armonico disegno cinquecentesco, e quello dei Guasconi, di gaie forme settecentesche, con festoni e mascheroni sull’attico delle finestre.
Essendo stata a suo tempo il raccordo tra le prime e le seconde mura della città – collegava infatti due postierle, quelle anguste porte d’accesso ai camminamenti interni alle mura stesse – via de’ Conti è oggi, che

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Le strade di Firenze – LXXX

gennaio 27, 2010

VIA DELLE TERME (Corriere Fiorentino di domenica 24 gennaio 2010)

Nella puntata di domenica scorsa, dedicata a piazza dei Peruzzi, ho fatto menzione dell’antico anfiteatro romano, il cui profilo è ripreso dal profilo di un palazzo della piazza; mi scrive oggi un attento lettore che ogni città romana, oltre all’anfiteatro, aveva obbligatoriamente campidoglio, teatro e terme, e mi chiede: “dove sarebbero dunque gli altri tre monumenti?”
Innanzitutto, è bene ricordare che a Firenze, pur “figlia e fattura di Roma”, non è rimasta traccia di nessuno di essi; tuttavia, se ne può trovare traccia nella forma delle strade o delle piazze, come nel caso di piazza dei Peruzzi, o almeno nei toponimi: è il caso di via delle Terme (e di via del Capidoglio, per rispondere alla domanda; il teatro, invece, si trovava tra Palazzo Vecchio e Palazzo Gondi). Questa strada stretta e curva, situata tra via Por Santa Maria e piazza Santa Trinita, mi fu sconosciuta fin a quando mi spinsi nella zona proprio in virtù questa rubrica, per “coprire” borgo Santi Apostoli, sua parallela; allora mi colpì il fruttivendolo, i molti ristoranti, che parevano più testimonianza di un’era di

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Le strade di Firenze – LXXIX

gennaio 19, 2010

PIAZZA DEI PERUZZI (Corriere Fiorentino di domenica 17 gennaio 2010)

Una caratteristica fondamentale di Firenze che il visitatore occasionale ignora – o meglio, che ignorava, prima dell’avvento di Google maps e del suo occhio satellitare – è l’essere simile a un’ametista, con più tesori dentro che fuori: una città di chiostri, corti, piazzette, pozzi, giardini interni; a volte questo carattere – normalmente visibile solo visitando i campanili o le torri cittadine – può essere percepito anche in piazze oggi aperte e trafficate.
Piazza dei Peruzzi è una di queste: nel tredicesimo secolo tutta la zona era ad appannaggio dei ricchi banchieri omonimi, con la torre dei Peruzzi e l’Arco dei Peruzzi a darle l’aspetto di un cortile fortificato e arricchito dalla Loggia, poi distrutta nel 1772 per farne un vespasiano. Questa piazza era dunque una corte interna, circondata da mura in un efficace sistema difensivo, di cui l’arco era il cancello principale. Secondo il Vasari, Paolo Uccello ne aveva affrescato il lato interno con quattro animali, ciascuno simboleggiante un elemento naturale: una talpa per la terra, un pesce per l’acqua, una salamandra per il fuoco e un camaleonte per l’aria. Non avendo però mai visto tale animale, nel dipingerlo l’artista avrebbe disegnato

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Le strade di Firenze – LXXVII

gennaio 7, 2010

VIA DEGLI STROZZI (Corriere Fiorentino di domenica 3 gennaio 2010)

Qual è il “vero centro” di Firenze? Annosa questione. Si potrebbe discutere se sia Piazza della Signoria o quella del Duomo (nel mezzo del Battistero, magari); chi sa di storia romana direbbe a colpo sicuro piazza della Repubblica, dove si incrociavano il cardo e il decumano; un qualche puntiglioso potrebbe indicare la stazione dei treni, gli amanti dell’arte diranno forse gli Uffizi, e sono convinto che qualcun altro, in dispregio della geometria, tirerebbe in ballo Santo Spirito.
Per i turisti del nord Italia, sopravvenuti in inusuale quantità nei giorni di fine d’anno, il centro percepito della città, almeno a giudicare da dove si accalcavano, è via degli Strozzi; forse per i negozi, forse perché abituati a modelli di città ottocentesca, se non sabauda, dove archi e portici indicano il centro. Preso dalle ultime commissioni dell’anno, sono passato spesso in via degli Strozzi, e immancabilmente attorno a me ho sentito accenti torinesi, alessandrini, pavesi.
Per il fiorentino è una via poco significativa: camminandoci, sente in qualche modo che non è del tutto autentica – tutta la parte che va da palazzo Strozzi a piazza della Repubblica fu infatti realizzata durante il “risanamento” del diciannovesimo secolo, ampliando radicalmente via dei Ferrivecchi, che

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Le strade di Firenze – LXXVI

gennaio 2, 2010

VIA LUNGO L’AFFRICO (Corriere Fiorentino di domenica 27 dicembre 2009)

Capita a volte, trovandosi in un certo luogo, di essere colpiti da una sensazione, simile a un deja-vu più lungo e profondo, un’impressione come di essere in qualche modo già stati in quel posto, se non di conoscerlo benissimo. Quando questo fenomeno avviene in un luogo lontano, hanno gioco facile i teorici delle “vite precedenti”; se invece la sensazione compare in un quartiere della nostra città, si è portati piuttosto a pensare che sia un vago ricordo d’infanzia, che misteriosamente torna a galla. Mi trovavo, pedalando ostinatamente onde fuggire dalle folle e dalle lucine natalizie, dalle parti di via lungo l’Affrico, quando provai questa emozione: nel mio inconscio, la lunga via che taglia il quartiere di Campo di Marte apparve anche più fiorentina di Piazza della Signoria o del Piazzale Michelangelo.
Eppure, se si eccettua il carattere degli abitanti, i tratti salienti di via lungo l’Affrico sono davvero poco fiorentini: l’alveo del torrente, che prende il nome dalla vicenda narrata da Boccaccio nel poemetto Ninfale fiesolano, in cui il pastore Affrico, innamorato della ninfa Mensola e credendosi abbandonato, si taglia le vene sulla riva di un corso d’acqua dicendo: “E tu fiume ritent’il nome mio / e manifesterai il doloroso /

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